Lithium 48, lo sguardo di Selene Luise

di Selene Luise – Tutti hanno dei crucci con cui fare i conti, nel corso della vita. Anche io ne ho uno che mi porto dietro dall’infanzia: quello di non riuscire a capire il mondo. Ho sempre avuto la sensazione che questo pazzo mondo in cui viviamo, che negli ultimi anni ha aumentato sempre di più la velocità dei suoi ingranaggi, parlasse un linguaggio a me sconosciuto che, per qualche misterioso motivo, tutti sembravano comprendere, tranne me. Ho cercato la soluzione ai suoi enigmi nei miei studi, nelle mie letture e, da ultimo, nei miei scritti. E le ho trovate. Ne ho appreso i meccanismi come quando si impara ad usare un computer nuovo, o a guidare una macchina. Tuttavia il senso di smarrimento non è mai sparito del tutto.

Lo stesso smarrimento che ho visto in Simone, il protagonista del libro che mi accingo a recensire. Simone è un giovane musicista e blogger che, per lavoro, si trasferisce a Parigi ed è convinto di essere inseguito dalle telecamere. Il suo turbamento arriva a tal punto da condurlo a essere rinchiuso in una stanza completamente bianca, in un posto che di bianco ha persino il nome. Un bianco accecante, fatto per annientare i sensi. Assordante nonostante il fatto che sia un colore anziché un suono. E’ il più subdolo dei colori, il bianco, perché si presta alle più contraddittorie interpretazioni. Se da un lato può rappresentare la purezza, dall’altro può anche voler dire smarrimento, ansia. Qualcuno ha detto che potrebbe essere il colore del nulla.

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