Riaprirsi al mondo esterno, riappropriarsi di quello interno

Si riapre. Un nuovo cambiamento si affaccia all’orizzonte della nostra perduta “normalità” e con esso l’idea del ritorno alla vita com’era prima di questa enorme esperienza traumatica collettiva, che ha disegnato un solco tra un prima e un dopo destinato a rimanere impresso nella memoria storica di ognuno di noi.    

Possiamo trovare mille modi per definire un trauma. Quello che preferisco ha matrice fenomenologica: trauma come profonda rottura dell’armonia tra il soggetto che ne fa esperienza e il suo mondo affettivo, relazionale, fisico, che ha come conseguenza “l’eclissi del senso e la comparsa di una zona cieca dove il linguaggio rimane senza parole”. Siamo rimasti annichiliti, senza parole, invasi da immagini ed emozioni in continuo riverbero nei nostri circuiti neuronali.

 Abbiamo fatto appello alle nostre risorse, alle nostre abilità di adattamento, ai nostri meccanismi di difesa, per quanto rigidi, abnormi o disadattivi, per arginare l’impeto di una tempesta perfetta.  Le nostre risposte emotive e i nostri comportamenti reattivi a tutto questo sono stati i più disparati. Abbiamo inventato di tutto per adattarci, per sopravvivere, attingendo alla nostra creatività e alla nostra spinta vitale. Non siamo usciti migliori, non siamo usciti peggiori.

Contrariamente a Freud che diceva: “proviamo a non dare da mangiare a un certo numero di persone il più possibile diverse tra loro. Con l’aumento della fame, tutte le differenze individuali svaniranno e sui loro volti apparirà l’espressione uniforme del desiderio non saziato”, Viktor Frankl, uno psichiatra che ha vissuto l’orrore dell’olocausto, sosteneva che “nei campi di concentramento le persone divennero ancora più diverse tra loro: vidi alcuni trasformarsi in maiali, alcuni trasformarsi in santi.

L’uomo ha entrambe le potenzialità all’interno di se stesso; quale delle due realizza dipende non dalle condizioni, ma dalle decisioni.” Siamo usciti dunque diversi, ognuno a suo modo, non più gli stessi di prima, come sempre accade dopo un “urto”: un evento traumatico è in grado di determinare cambiamenti funzionali e strutturali (dai neurotrasmettitori all’espressione genica) a livello dei nostri neuroni, e di conseguenza può  modificare la percezione che abbiamo del mondo circostante.

Nel Barone rampante, Cosimo Piovasco di Rondò, il giovane protagonista del romanzo di Italo Calvino, sale su un albero per protestare contro i genitori, ma finisce per rimanerci, esprimendo quanto il mondo e la sua vecchia normalità gli appaiono estranei. “Era il mondo ormai a essergli diverso, fatto di stretti e ricurvi ponti nel vuoto, di nodi o scaglie o rughe che irruvidiscono le scorze, di luci che variano il loro verde a seconda del velario di foglie più fitte o più rade, tremanti al primo scuotersi d’aria sui peduncoli o mosse come vele insieme all’incurvarsi dell’albero”.  Ora si riapre e ci viene richiesto di scendere dall’albero e riacquisire nelle nostre rappresentazioni mentali le immagini dei teatri pieni, degli stadi gremiti, dei ristoranti affollati, degli amici che iniziano sempre più spesso a varcare la soglia della nostra porta. Più di tutto dobbiamo confrontarci con l’affetto collegato a queste immagini: insieme di emozioni e sentimenti che ad oggi oscillano tra sicurezza e paura, angoscia per ciò che è stato e gioia per l’idea della rinascita, timore e desiderio, lutto e speranza e con cui dobbiamo imparare a negoziare. 

Si riapre e ci viene richiesta un’operazione molto complessa: passare di nuovo al simbolo, come riappropriazione del nostro mondo interno. Cosa significa?  Durante quest’anno l’esperienza del contagio del virus e della conseguente profilassi è stata ridotta “ad una questione pratica, concreta, fisica, risolvibile mediante un fare immediato…L’intera esperienza paranoica (intesa come il timore di essere attaccati dal nemico invisibile, il virus) “è stata ridotta ad un dato sanitario, nudo e crudo, rinunciando a qualsiasi forma di pensabilità e di elaborazione collettiva”Siamo diventati protagonisti di una sorta di “alessitimia collettiva”, un’incapacità a trasformare in simboli e parole le emozioni, che sono rimaste  quindi relegate al canale somatico, attraverso i continui rituali di monitoraggio fisico, di detersione delle mani, di pulizia e di sanificazione.  

Ora dobbiamo uscire fuori dai quadri di Hopper: è il momento di guardare al simbolo del passaggio,la porta come scrive Vittorio Lingiardi, “soglia delle possibilità, ma anche grande invito al passo. Entrambe mettono in comunicazione il nostro dentro con il nostro fuori, la protezione e la chiamata. Per onorare la stanza in cui ci si raccoglie e la strada in cui ci si incontra.” Si riapre. Adattarsi alla nuova apertura non sarà un’operazione immediata: il processo di elaborazione del trauma richiede un tempo fisiologico. Ma siamo sicuri che avverrà, non preoccupiamoci di questo. 

di Marilena Apuzzo, psichiatra e psicoterapeuta – Pillole di Ottimismo

COVID-19: L’epidemia del coronavirus e la sua profilassi: désaffectation collettiva e accesso al lutto http://www.psychiatryonline.it/node/8517
The prevalence of ‘alexithymic’ characteristics in psychosomatic patients. P. E. Sifneos. Psychother Psychosom. 1973.
L’uomo in cerca di senso. Uno psicologo nei lager e altri scritti inediti. V. E. Frankl
Il barone rampante.Italo Calvino, 1957
Dispositivi di vulnerabilità e psicoterapia. N. Terminio. Comprendre 24, 2014

Image Credit: Photo by Mariam Soliman on Unsplash

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