Covid 19, non è vero che il progresso ci ha resi più deboli

di Daniele Fulvi * – Con il diffondersi della pandemia di Covid-19, sembra essere tornata in voga l’idea secondo cui il progresso e l’eccessivo sviluppo tecnologico abbiano reso gli esseri umani più deboli e meno adatti a fronteggiare le calamità naturali. Questo fatto, poi, ci renderebbe anche meno inclini a sopportare l’isolamento forzato che il pericolo del virus ci impone. Insomma, il progresso sembra essere arrivato al punto da renderci incapaci di vivere senza le comodità di cui quotidianamente facciamo uso – a vivere cioè “come una volta” – di fatto corrompendo la nostra natura originaria. Tra i più noti sostenitori di tale teoria c’è Umberto Galimberti, il quale ha affermato che “il coronavirus ci insegna che la nostra vita è precaria, fragile e incerta” e che noi occidentali “siamo il popolo più debole della terra perché siamo i più tecnologicamente assistiti”. Infatti, per Galimberti comodità quotidiane quali l’elettricità e l’acqua corrente ci rendono in qualche modo meno forti e più esposti a rischi di ogni tipo.

Tuttavia, tale idea si fonda su un vero e proprio pregiudizio antiprogressista perché di fatto equipara il progresso a un vizio, se non addirittura una colpa, che bisogna estirpare in quanto ci allontana dalla nostra vera natura. Inoltre, concezioni di questo tipo distolgono l’attenzione da quello che è il vero problema: non il progresso in quanto tale, ma il modo antidemocratico in cui spesso viene gestito e governato.

Progresso e genetica: la ricerca dell’Università di Stanford

Le idee che propone Galimberti, però, non sono sue e diversi intellettuali le hanno già sostenute nei secoli passati. Si pensi ad esempio a Jean-Jacques Rousseau, che nel suo Discorso sulle Scienze e sulle Arti del 1750 affermava che il progresso scientifico e artistico sia andato di pari passo con un indebolimento delle nostre virtù, con il decadimento dei costumi e la diffusione della corruzione.

Più di recente, nel 2012 un team di genetisti dell’Università di Stanford ha tentato di verificare il fondamento scientifico di tali idee; secondo il loro studio, i mutamenti avvenuti nel nostro patrimonio genetico nell’era moderna a causa del progresso tecnologico ci hanno di fatto reso più stupidi rispetto ai nostri antenati. Stando a quanto afferma Gerald Crabtree (il ricercatore a capo del suddetto team), ciò risulta evidente anche dal fatto che “un manager di Wall Street che fa un errore riceve un cospicuo bonus” anziché pagarne le conseguenze, mentre i nostri antenati erano costretti ad ingegnarsi e migliorarsi di continuo, se non volevano essere fatti fuori dalla selezione naturale.

Il processo di declino, secondo Crabtree e il suo team, sarebbe iniziato già con l’invenzione dell’agricoltura e la formazione delle prime comunità stanziali (cioè non nomadi): in quel momento, la selezione naturale avrebbe allentato la sua morsa, lasciando che gli esseri umani si impigrissero e si crogiolassero nelle comodità del progresso. Questo, però, fortunatamente non ha compromesso la nostra capacità di adattamento, che rimane uno dei punti di forza della nostra specie.

Ora, se non può esserci alcun dubbio sulla validità scientifica della ricerca dei genetisti capeggiati da Crabtree, è invece legittimo porsi qualche interrogativo riguardo alle affermazioni fatte in ambito antropologico. Quando infatti si stabilisce un paragone tra gli odierni lupi di Wall Street e gli uomini primitivi che erano costretti a procacciarsi la cena a mani nude, il solo sviluppo tecnologico non basta per avere un quadro della situazione completo ed esaustivo. Ovvero, non è certo il progresso in quanto tale a permettere ai manager dell’alta finanza statunitense di arricchirsi in maniera a dir poco disonesta, ma un preciso sistema socio-politico basato sulla corruzione e sulla sostanziale impunità dei ricchi a discapito delle fasce più povere della popolazione.

Il rischio, cioè, è di assecondare una visione retrograda e nostalgica di un vago e non meglio specificato “stato di natura” in cui l’uomo era estraneo alla corruzione causata dal progresso. Ovviamente, questo non è quanto sostenuto da Crabtree; al contrario, la ricerca che egli ha condotto insieme al suo team poggia su basi scientifiche abbastanza solide e impone un ragionamento rigoroso sul modo spesso iniquo con cui il progresso viene gestito nelle società occidentali contemporanee. Ma ovviamente tale riflessione è ben al di là degli scopi di ricerca di un team di genetisti, per quanto brillante.

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La posizione di Galimberti

Molto diverso, invece, è il discorso che riguarda le affermazioni di Galimberti, che non poggiano su alcuna base scientifica e sposano in pieno la suddetta ideologia antiprogressista e vagamente reazionaria sulla negatività intrinseca del progresso. Le osservazioni di Galimberti, infatti, lasciano intendere piuttosto chiaramente che il progresso sia qualcosa di innaturale, che pertanto ci corrompe, ci indebolisce e ci allontana dalla nostra vera natura. Il progresso, quindi, non è che un capriccio, un vizio e una colpa che dobbiamo necessariamente espiare per aver tradito la natura umana. Eppure, sembra veramente miope e riduttivo affermare che sia la tecnologia a rendere le nostre vite precarie, fragili e incerte. Sembra strano, cioè, che un intellettuale di fama nazionale come Galimberti non si avveda di un fatto che è invece sotto gli occhi di tutti, e cioè che a renderci più fragili e precari non è l’elettricità in casa o l’acqua corrente, ma le diseguaglianze sociali ed economiche intrinseche al sistema capitalista.

Quello di Galimberti è il classico equivoco dello stolto che guarda il dito mentre il saggio indica la luna. Infatti, lascia davvero perplessi vedere come uno studioso di lungo corso possa additare quelle che sono risorse essenziali come responsabili del decadimento della nostra civiltà e della nostra specie, ignorando il fatto che l’acqua potabile e l’elettricità siano dei diritti acquisiti che hanno concretamente apportato un maggior benessere per tutti, e non dei lussi superflui. Galimberti, cioè, appare vittima (involontaria, sicuramente) della cosiddetta “ignoranza del privilegiato”, che si verifica quando l’eccessivo benessere personale (che non è da identificare con il progresso in quanto tale, ma con la propria condizione socioeconomica avvantaggiata) porta un individuo a credere che il proprio punto di vista coincida con la realtà oggettiva, senza alcun riscontro effettivo.

Perciò, aggiungendo una buona dose di paternalismo, Galimberti ci invita a considerare la reclusione e l’isolamento come un’opportunità per riscoprire la nostra interiorità, leggere libri e consolidare le nostre relazioni familiari. Insomma, non bisogna abbattersi, ma pensare positivo e cogliere l’unicità di quest’occasione – in fondo, quando ci ricapiterà di avere tutto questo tempo a disposizione per valorizzare la nostra vita interiore? Inoltre, seguendo il ragionamento di Galimberti, coltivare la nostra interiorità può portarci ad apprezzare nuovamente i valori e gli stili di vita di una volta. Insomma, una vera e propria fiera delle banalità, se non fosse per il fatto che a dirigerla sia uno stimabile professore che in passato si è più volte detto anticapitalista. Peccato, però, che tale anticapitalismo sia venuto meno proprio quando se ne sente di più il bisogno, ossia nel fronteggiare una pandemia che nelle diseguaglianze create dal capitalismo stesso ha una delle sue principali cause di diffusione.

D’altronde, appare più facile assecondare luoghi comuni antiprogressisti, che per il pubblico mainstream sono indubbiamente più digeribili rispetto ad un’analisi sociologica. Meglio, allora, richiamarsi ad un arcaico e non meglio specificato “stato di natura” in cui tutto era perfetto, piuttosto che stimolare una riflessione critica delle masse (e Galimberti ha indubbiamente una visibilità mediatica sufficiente per farlo). Intuitivamente, tutti sono d’accordo nel dire che “era meglio prima” (su questo luogo comune, Woody Allen ci ha costruito Midnight in Paris, uno dei suoi successi cinematografici). Ma davvero vogliamo credere che armarsi di lancia e guadagnarsi la cena andando a caccia sia meglio che andare dal macellaio? Davvero vogliamo credere che usare candele e lampade a olio ci rende più autentici rispetto a premere l’interruttore della luce che abbiamo sul muro? O ancora: davvero vogliamo credere che l’innegabile miglioramento delle condizioni igieniche universali, della durata media della vita, ecc., sia un semplice capriccio di una civiltà viziata?

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Il progresso non è innaturale

Il progresso esiste perché esiste l’uomo. Pertanto, esso non è e non può essere concepito come innaturale o come un evento che corrompe la nostra natura. È davvero intollerabile assistere, nel 2020, alla colpevolizzazione delle istanze di progresso: abbandonare le caverne non è una colpa, mentre lo è non rendere il progresso democratico e accessibile a tutti. Perciò, vale la pena di ripetere che ciò che ha reso le nostre vite fragili e precarie non è la facile accessibilità alla luce elettrica, all’acqua corrente o a internet; invece, ciò che ci rende esseri fragili e deboli sono le precarie condizioni economiche e lavorative in cui la maggior parte di noi è costretto a vivere. Ciò che è ingiusto è che l’occidente spreca quotidianamente risorse primarie (come appunto l’acqua), sottraendole alla parte più povera del mondo.

E quindi, no: la pandemia non ci insegna che siamo fragili perché troppo tecnologicamente progrediti. La pandemia ci insegna che il sistema in cui viviamo si fonda su diseguaglianze e prevaricazioni. Allora, quello che serve non è desiderare di tornare a vivere come si faceva una volta, ma di sradicare le ingiustizie su cui tale sistema si fonda. Pertanto, fantasticare l’esistenza passata di uno stato di natura autentico, che gli uomini hanno tradito tramite il progresso tecnologico, significa aggiungere la beffa al danno, in quanto non solo vengono taciute le reali cause di precarizzazione dell’esistenza umana, ma viene anche rafforzato quello stesso sistema che ci vuole poveri e tristi.

In tal senso, Galimberti è un intellettuale congeniale al sistema capitalista, poiché è in grado di banalizzare le questioni più complesse e distogliere l’attenzione dai problemi reali con l’abilità di un prestigiatore. Il pensiero critico, infatti, oltre a essere scomodo richiede un notevole sforzo di analisi e comprensione, cosa che invece non accade con i dozzinali vagheggiamenti del pensiero positivo: basta promuovere una passiva accettazione dello stato di cose e il gioco è fatto, dato che ormai i bei tempi in cui si viveva nelle caverne senza acqua ed elettricità sono finiti – e non torneranno più. È vero che la pandemia ha evidenziato che il nostro stile di vita non è più sostenibile; però, le cause di questa insostenibilità non risiedono nel progresso in quanto tale, ma in chi lo utilizza per continuare ad arricchirsi sfruttando il prossimo. Ma finché ci sarà chi darà la colpa alla facilità con cui possiamo accedere all’acqua potabile, gli sfruttatori non hanno nulla da temere.

* filosofo e scrittore, autore del volume L’Altro

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