“Il dubbio di essere pazzo”

Afflitto dal dubbio di essere pazzo, volli consigliarmi con un medico circa l’opportunità di sottopormi ad un esame psichiatrico.

«Ma sei pazzo?» mi disse quegli. «Perché vuoi farlo? Sarebbe una pazzia andare a mettersi in bocca al lupo».

«Naturalmente», dissi, «se sono pazzo, niente di strano che commetta delle pazzie».

«Che vuol dire?» esclamò l’altro, ridendo bonariamente. «Anch’io sono pazzo. Ma non lo dico a nessuno. Fossi matto».

«Perché?»

«Ma andiamo, dovrei esser pazzo per rivelare d’esser pazzo. Simulo. Fa’ altrettanto tu e non ti crear problemi».

Mentre me ne andavo, mi richiamò.

«Per carità», fece «non lo dire a nessuno».

«Che cosa?»

«Che sono pazzo».

«Credo già si sappia».

Andai da un amico.

«Vorrei simulare la tua saggezza», gli dissi.

«Ti consiglio di non imitare me, allora», mi disse.

Malgrado il parere del medico, mi presentai al manicomio e chiesi d’esser messo in osservazione.

«Che sintomi avete?» mi domandò il direttore.

«Ecco, io mi considero pazzo».

«Non basta. Bisogna assodare se lo siete davvero».

«Perché? Nel caso che io fossi pazzo, lei mi considererebbe pazzo?»

«Evidentemente.»

«E sbaglierebbe. Se io fossi realmente pazzo, non sarei pazzo a considerarmi pazzo.

Mentre, se non lo fossi, è chiaro che lo sarei per il fatto di ritenermi tale».

«Ma in che consisterebbe la vostra pazzia?»

«Nel credermi pazzo senza esserlo».

«Ma allora non sareste pazzo, se non lo siete».

«Lo sarei in quanto, senza esserlo, mi ritengo tale. Se mi ritenessi pazzo essendolo

realmente, questo mio credermi pazzo non sarebbe pazzia; mentre lo è se non lo sono».

Il direttore del manicomio si passò una mano sulla fronte.

«Voi mi fate diventare pazzo», mormorò.

Si volse all’assistente:

«Cosicché, dovremmo metterlo al manicomio se non è pazzo?»

«Precisamente», fece l’assistente. «Perché, non essendolo, ritiene di esserlo. Questa è la sua forma di pazzia».

«Ma con questo ragionamento», obiettò il direttore, «se fosse pazzo non lo metteremmo al manicomio».

«Beninteso. È pazzo se non è pazzo».

«Ma siete pazzo voi».

«Sarei pazzo se non ritenessi pazzo uno che non essendo pazzo si considera pazzo e che non sarebbe pazzo a considerarsi pazzo, se fosse realmente pazzo».

A tagliar corto il direttore mi sottopose a una minuziosa visita, sperimentò le mie reazioni, mi interrogò e alla fine mi batté affettuosamente la mano sulla spalla e disse congedandomi:

«Andate, andate tranquillo; questo vostro ritenervi pazzo non è sintomo di pazzia.

Inquantoché siete realmente pazzo».

Me ne andai tranquillizzato, sereno, ormai, essendomi tolto un gran peso dallo stomaco: dunque non sono pazzo, visto che sono pazzo.

di Achille Campanile (1899-1977), scrittore, giornalista e commediografo. Il racconto Il dubbio di essere pazzo, appartiene all’antologia: Opere romanzi e racconti, Bompiani, Milano (1924-1933)

Lettura a cura di Giuseppe Tomei (Spazio Rimediato)

Testo e traduzione in inglese a questo link

10 risposte a "“Il dubbio di essere pazzo”"

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  1. Se fossi davvero pazza non potrei avere il dubbio di esserlo o meno, ed è inoltre il fatto di non essere pazzi che può condurre alla pazzia. Allora, se si è pazzi ma non lo si crede né lo si discerne si è forse pazzi davvero, ma se non lo si è, ma si crede di esserlo o si fa in modo che altri lo pensino si è comunque pazzi.
    Se uno stretto moralismo considera pazzo chi non lo è ma solo in virtù di una devianza dalla legge morale si diviene pazzi per gli altri ma non per sé stessi, se invece un non pazzo che normalmente non devia dalla legge morale ma ad un certo punto fa un atto di follia non va in manicomio ma in prigione.
    Allora questa pazzia cos è?
    Il credere degli altri o il crederlo per sé stessi?
    Fare una cosa folle rende pazzi o più savi nel senso di una maggiore consapevolezza?
    se una mente apprende le regole della convivenza, non dovrebbe essere considerata pazza, allora perché gli altri mi vedono pazza solo in virtù del mio atto di follia?
    Chi decreta le leggi sociali, se queste sono assurde, è un pazzo e pazzi sono coloro che vorrebbero vedere l’uniformita dove vige la difformità, ma se la difformità è pazzia non se ne esce, se è un valore aggiunto ad apparire pazza sarà l’uniformita.
    Ma se l’uniformita decreta le leggi contro la difformità, basta essere difformi per passare da pazzi anche se non lo si è.
    Se invece è la difformità a decretare le leggi vi saranno più leggi in base al grado di diversità,, al ché queste perderanno il valore di legge che deve valere per tutti.
    Pazzia e non pazzia è anche natura.

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  2. Gentile giornalista, il mondo dei blog mi era completamente estraneo fino a pochi giorni fa, sono un’adulta anziana e non riesco a vedere la comunicazione tecnologica per la potenza reale che esprime, in quanto si approfonda nei faldoni generazionali senza che io, personalmente, li possa riconoscere come tale. Vorrei esporre l’ultimo mio pensiero in rivista:prima della tecnologia le persone avevano una netta percezione delle generazioni, future, le più giovani e passate, le più anziane e l’individuo plurimo aveva il dono di intessere raccordi immaginati ma calzanti e precisi ad ogni domanda e ad ogni accordo umano sia esso giovane o più vecchio, nel divenire comune vi era anche la percezione dell’essenza comune che si trasforma con la materia organica chiamata mente – corpo e forgiato in quello spazio tempo che si chiama vita.
    Orbene con queste tecnologie a veicolare pensieri e emozioni, mi dica lei cosa sta già emergendo…

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  3. Se Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, il computer sarà strumento ulteriore di discordia.
    Se l’uomo è nato dal big ben crescendo come massa intelligente, il computer sarà strumento per amplificare le sue ramificazioni. Se
    Il computer è una macchina intelligente vivrà in ausilio e in funzione dell’intelligenza umana.
    Se il computer è una macchina stupida scomparirà con la scomparsa della stupidità umana.
    Quindi se l’uomo si assurgere a Dio il computer sarà un nuovo strumento per imporre regole e spartire potenza, se l’uomo è uomo il computer si sostituirà a lui medesimo. Non vedo altre soluzioni.

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  4. Tu cerchi risposte, cerca, cerca ovunque tu creda, cerca finché le gambe portano quell’ammasso pulsante che si chiama cuore in perenne moto proprio verso un cuore a lui simile nei battiti e nell’alchimia. Cerca, cerca, fra le strade, fra le rappresentazioni, fino all’ultimo portone del paese, cerca finché qualcosa non appare alla mente, il sogno prende forma e si sostituisce alla realtà, l’uomo è così felice, si sente realizzato, vive nel suo sogno, altro non chiede.

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  5. TI AMO
    MI AMI?
    CHI SEI TU PER AMARMI?
    IO? NESSUNO IO TI AMO E BASTA.
    NON MI BASTA! VOGLIO SAPERE! PERCHÉ MI AMI? COSA HO FATTO PER MERITARMI UN CASTIGO SIMILE?
    NON LO SO, NON SO NIENTE SO SOLO CHE TI AMO.
    E BASTA COM QUESTO AMORE StYIL NOVISTA, IO NON SONO UN ANGELO, NON SONO UN DEMONE, MA POSSO DIVENIRE SIA ANGELO CHE DEMONE, COSA CERCHI COSA VUOI DA ME, RIPUDIO IL TUO AMORE!
    PERCHÉ? L’AMORE NON FA MALE L’AMORE CHIEDE SOLO DI ESSERE ACCOLTO, NON CHIUDERMI FUORI , TE NE PREGO! NON LASCIARMI AL FREDDO DI UN ETERNO INVERNO!!
    l’uomo raccolse una moneta caduta e la rigiro ‘fra le dita, testa o croce, Angelo o demone? Ma vi è ancora una terza via, essere me stesso e come dice il vecchio saggio, chi mi ama mi segua e chi vivrà, vedrà.

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  6. Ciao solitudine, ti ho comperato in giorno, per noia, mentre passaggiavo e adesso sei qui accanto a me. Io e te, cara solitudine, che insieme ne facciamo una più grande. So che mi aspetti e che sarai sempre mia. A volte ti scordo, ingrata che sono, ma so che ti ritroverò e tu felice mi abbraccerai e mi siederai accanto, mi guarderai con gli occhi tuoi così distanti parleremo. Si lo so che mi aspetti e mi aspettarei. Ti ho comprato al mercato del chissà dove e a meno che non ti getti via, sei li, sarai li,

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  7. Siedo muta, la strada è deserta e mi chiedo perché scrivo parole sconnesse in questo luogo, qui e adesso. Sei sempre tu solitudine? Ma non ti avevo lasciata a casa su di una sedia come una vecchia bambola?
    Birbante e giocherellona mi hai seguito di nascosto vero?
    E adesso che sei di nuovo con me, in queste strade deserte e assolate che facciamo? Le ali non le abbiamo, i miei piedi sono stanchi, ci guardiamo e sorridiamo alla triste canizia della sorte. Se non ci fossi tu, cara solitudine, con chi almeno potrei sorridere dell’amara esistenza?

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