A volte mi perdo tra i miei pensieri

di Bianca Antoci * – Spesso scrivo perché c’è qualcosa nella mia testa che vuole uscire, vuole liberarsi di questo suo condizionamento mentale per farsi spazio tra le righe di un foglio, i tasti di un pc o lo schermo di un cellulare.

Vuole diventare qualcosa di indelebile, accessibile a me quando voglio e agli altri per mia scelta. Quando scrivo non sono mai del tutto consapevole di quello che elaboro, quello a cui do vita al di fuori delle mie mura interne. Penso tanto, magari anche più di quanto io abbia bisogno. A volte fa male e a volte tutt’altro che male: è un’arma a doppio taglio.

Però sono dell’idea che chi ha sofferto tanto sa cos’è la felicità, sa che è un privilegio immenso, non molti riescono a vederla dopo la sofferenza semplicemente perché non sono arrivati alla fine di essa. Tu dirai che non c’è fine alla sofferenza o al dolore in sé – e non hai torto per carità – però, quando comprendi qualcosa, ne comprendi anche il suo dolore, il perché delle sue conseguenze e le emozioni implicate, non ti fa più paura perché sai come affrontare la cosa.

A volte, anche se la comprendi fai lo stesso fatica a superarla, succede… c’è sempre un perché, un pezzo del puzzle messo male. Anche se il puzzle è apparentemente finito questo non significa niente, ci sono pezzi simili ma mai uguali.

Sì, mi perdo tra i miei pensieri, perdo il filo di essi, questo è uno dei motivi che mi blocca dallo scrivere tutto, tutti i giorni.

A volte è come un tapis roulant rotto, uno di quelli tosti che non puoi fermare nemmeno quando è rotto in mille pezzi, nemmeno staccando la spina. Mi piace però, sai? Mi fa esplodere d’emozioni, come una guerra di colori nel mio cervello, mi piace perché alla fine in tutto quel casino qualcosa ci capisco e quei colori rendono colorata anche la mia vita, la mia anima.

Per questo quando le parole non bastano o non spiegano, uso veri e propri colori per cercare di far vedere la vita che danno a me, di condividere le parti più intime di me… mi spoglio a fondo, togliendo gli strati cutanei del mio conscio.

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Ogni volta che scrivo non trovo mai una fine o un inizio. Sul foglio sì, c’è un inizio e una fine però io lo immagino solo come un momento catturato, preso e messo tra una lettera maiuscola e un punto, in questo caso.

Siamo noi a decidere la fine e l’inizio di qualsiasi cosa non completamente conosciuta, lo facciamo per non sbattere la testa, per non perdere il controllo, ci crediamo superiori, sopra ogni cosa. Noi dobbiamo esserlo ad ogni costo, ci siamo evoluti, abbiamo fatto grandi scoperte, grandi imprese fuori e dentro il nostro pianeta, abbiamo preso possesso di tutto quello che ci capitava sotto il nostro naso e abbiamo fatto in modo di non renderlo più grande di noi (o almeno così ci piace credere).

Tutto questo implica casino, paura a uno stadio estremo, perché tutta questa evoluzione può distruggere. Abbiamo deciso l’esistenza del bene e del male, degli ospedali e delle armi da fuoco, l’evoluzione non implica necessariamente una cosa positiva se causa sofferenza, se questo dolore non si trasforma in felicità, se il puzzle si completa solo tagliando i pezzi perché non combaciano dove vogliamo noi, solamente perché lo vogliamo noi.

Potrei scrivere in mille modi con concetti diversi, girando intorno all’obiettivo, potrei farlo io come potresti farlo tu o qualsiasi altra persona: possiamo fare finta di niente oppure no. Ho ripetuto varie volte nelle mie righe precedenti le parole “abbiamo” e “vogliamo” ma solo per sottintendere che possiamo se vogliamo. Abbiamo fatto tante cose nella nostra permanenza in questo mondo e nessuno di noi può essere escluso dal poter continuare a fare qualcosa, sta a noi decidere se fare del bene o del male.

* studentessa C.p.i.a. L’Aquila

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