Tra Joker e Batman non c’è differenza in psicologia

Joker nasce quasi con Batman: il personaggio appare un anno dopo il primo numero del fumetto con l’uomo-pipistrello, nel 1940. Da allora Joker è stato studiato e analizzato da numerosi psicologi e studiosi: di che patologia soffre? Perché è così folle? È cattivo o malato? Crudele criminale, o psicopatico incapace di intendere e volere? Cosa si cela dietro quel sorriso? E perché qualcuno dovrebbe seguirlo?

L’ultimo film che ha provato a raccontare il Joker è l’omonima pellicola girata da Todd Philips, uscita recentemente nei cinema italiani e molto discussa sui media (nonché molto apprezzata dal pubblico). Non possiamo però scordare interpretazioni prestigiose come quelle di Jack Nicholson in Batman (1989, di Tim Burton) o di Heath Ledger nel Cavaliere oscuro (2008, di Christopher Nolan).

Ma Batman potrebbe esistere se non esistesse Joker? E Joker, potrebbe esistere senza Batman? Di fatto i due personaggi sono due rappresentazioni diverse di elaborazioni psicologiche di traumi infantili più o meno esplicitati nei diversi fumetti e film. Non a caso nei fumetti la loro storia è estremamente intrecciata: senza Batman, Joker diventa annoiato e spento.

Fin troppo facile dire che Joker incarna la follia totale, il caos, l’imprevedibilità in contrapposizione al Cavaliere dell’ordine, della giustizia e della moralità. Forse però sono entrambe maschere, quelle di Joker e quella di Batman, che in qualche modo coprono, nascondono e proteggono qualcosa di molto più intimo e profondo. Gli esperti di Schema Therapy, uno dei più recenti e completi approcci psicoterapeutici, direbbero che quelle maschere sono veri e propri protettori che permettono al piccolo bambino di non sentire il dolore che lo tormenta.

Entrambi nascondono il loro volto, agiscono in modo plateale e teatrale (il bat-segnale non passa proprio inosservato); entrambi hanno sofferto in particolare di un trauma: quello dell’abbandono. Batman ha perso i genitori da piccolo; il Joker dei fumetti, per quel poco che sappiamo visto che le sue origini non sono confermate e ne esistono diverse versioni, potrebbe aver perso la moglie e la figlia in grembo (almeno in The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bollard). L’unica cosa che rende opposte le due storie è la realizzazione professionale: da un lato un ricco (e fortunato) erede; dall’altro un ex-comico fallito. Potremmo dire che forse i soldi, la condizione economico-sociale dei due personaggi può aver aiutato o almeno influenzato l’elaborazione dei traumi? Forse, o forse ha ragione Joker:

Ho dimostrato la mia teoria. Ho provato che non c’è nessuna differenza tra me e gli altri! Basta una brutta giornata per ridurre alla follia l’uomo più assennato del pianeta. Ecco tutta la distanza che c’è tra me e il mondo. Una brutta giornata”. (The Killing Joke, 1988)

I traumi, piccoli o grandi che siano, ci influenzano. Hanno impatti diversi in ognuno di noi, ma ci influenzano, stravolgono le nostre priorità, il nostro modo di vedere il mondo. Batman combatte con se stesso nella sua adolescenza raccontata dalla serie tv Gotham, cercando di far evolvere in positivo la rabbia e l’oscurità che la morte dei suoi genitori ha creato ha in lui. Ma il giovane Bruce ha il noto maggiordomo Alfred che lo aiuta o lo sostiene. Joker chi ha? Viene abbandonato da tutti. Non ha nessuno. È solo. E nella solitudine cresce la sua follia.

Nel nuovo film, Arthur Fleck (Joker) cerca di combattere contro il suo malessere, non vuole stare male e vorrebbe davvero fare qualcosa di positivo dimostrando così di non essere completamente perduto, di poter ancora recuperare: ma nessuno è intenzionato ad aiutarlo, la società e tutte le persone vicine lo abbandonano alle sue sofferenze, non vogliono vederle ne accettarle; tutti lo tengono a distanza – tutti tranne Batman, che non lo abbandonerà mai.

La sua follia in effetti è orientata a sentirsi meno solo: cerca persone come lui, cerca di far diventare gli altri come lui, cerca di mettere Batman nelle condizioni di fare scelte folli. Ed è quando ci riesce che si sente gratificato, perché si sente meno solo.

Ecco allora che tanti Joker crescono nella società: totalmente imprevedibili, solitari, dietro gli schermi di uno smartphone, che cambiano idea alla velocità di un clic; giovani, professionisti, politici, tutti alla ricerca di like, di condivisioni, per sentirsi meno soli, per sentirsi più simili agli altri. Ecco che nascono i Joker, nella bolla della follia e del caos delle fake news, della difficile società odierna, delle guerre, dei bambini morti sulle spiagge, della depressione come il male del secolo.

Ci disegniamo un sorriso sul volto, come Joker, nei nostri profili social, ma dietro quel sorriso e quei filtri ci sono tanti difetti, tante imperfezioni, tanta tristezza. La sofferenza mentale (non necessariamente la malattia) è ancora vista con diffidenza e le persone vorrebbero che ci comportassimo come se non ne fossimo afflitti.

Forse abbiamo bisogno di meno sorrisi finti e più abbracci. Forse possiamo accettare che Joker ha ragione: la vita è imprevedibile. Ma non per questo dobbiamo renderla un caos: possiamo lottare per conquistare un sorriso, un abbraccio, uno sguardo affettuoso. O – ancora più facile – possiamo donare affetto a qualcuno, abbassare i toni, stare più attenti a cosa condividiamo online.

La nostra mente è fatta di tante parti, alcune più severe, altre più dolci. Un po’ come nel film Inside Out, abbiamo tutti un piccolo Joker e un piccolo Batman dentro di noi. Vivere significa scegliere chi vogliamo essere: lasciarci andare al dolore fino alla follia, oppure combattere per essere una persona migliore in un mondo migliore.

Fonte: Wired

4 risposte a "Tra Joker e Batman non c’è differenza in psicologia"

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  1. premesso che l’articolo non è di nostra firma ma fa riferimento a un servizio di Wired, credo che il frontman dei dei 30 Seconds To Mars non abbia tanto preso bene la questione del nuovo fillm sin dal principio. Detto questo, credo che entrambe le produzioni forniscano una prospettiva intima e individuale la cui lettura può coincidere con l’analisi di questo articolo: c’è un Joker e un Batman in ciascuno di noi

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