Disturbo bipolare, anche Springsteen ha il blues

Trent’ anni fa, mentre cercava di finire il capolavoro “Nebraska”, Bruce Springsteen una notte saltò in macchina e guidò come un pazzo dal suo New Jersey, in direzione California. Ma quando arrivò, dall’altra parte dell’ America tornò subito indietro. «Pensava di uccidersi» racconta Dane Marsh, il biografo e amico. Ammazzarsi per la depressione. Trent’ anni dopo, la depressione non è passata.

Ma Bruce Springsteen – tranquilli – non ha più nessuna intenzione di uccidersi. «Sì, sono in analisi da trent’anni, ma non potete sottovalutare la potenza che la commiserazione di sé può avere. Tu pensi: non mi piace nulla di quello che vedo, nulla di quello che faccio, ma ho bisogno di cambiare, ho bisogno di trasformarmi. Io non conosco un solo artista che non trovi il suo carburante in questo.

Se sei compiaciuto di te stesso, non avrai mai quella carica! Brando non avrebbe mai recitato. Dylan non avrebbe scritto Like a Rolling Stone. James Brown non avrebbe mai fatto “Uh!” e non avrebbe mai cercato quel ritmo così secco». No, un Boss così non s’ era mai visto.

E ci voleva davvero un peso massimo del giornalismo, David Remnick, il direttore del New Yorker e biografo di Barack Obama, per spingerlo a confessare a 62 anni i suoi luoghi oscuri. Fino a riconoscere che i problemi arrivano da lontano. Perché di depressione, anzi sindrome bipolare, soffriva già il padre Doug: e Bruce ha temuto tutta la vita di non poter sfuggire al suo destino.

Proprio questa paura l’ha tenuto lontano dalle droghe. «I miei problemi non erano così ovvii come le droghe» rincara il Boss. «Erano diversi, più discreti – ugualmente problematici ma più discreti». E superati «ovviamente con la terapia» conferma Patti Scialfa, la moglie e madre dei suoi tre figli.

Springsteen per la verità ringrazia anche un altro strizzacervelli: il palco. «Lì ti liberi di stesso per tre ore. Tutte quelle voci vanno via dalla tua testa. Via. Per loro non c’ è più posto. C’ è una sola voce: la voce che ti sale da dentro». Non che adesso sia completamente pacificato. «Ma quello non mi spaventa» aggiunge sempre Patti. Che rincara: «Io stessa ho sofferto di depressione so di che parliamo. Depressione clinica». Certo: se non hai il fisico non arrivi a quell’età a imbarcarti in un tour.

Il segreto? Seguire lo stesso regime per 30 anni: corsa e pesi. Non senza continuare a sviluppare la curiosità intellettuale. E qui Remnick ci svela un Boss ancora più inedito. Che alla sua bella età s’ è innamorato degli scrittori russi: a partire da Dostoevskij. «I fratelli Karamazov: che libro incredibile. Poi ho letto Il giocatore.

La prima parte, quella sul gioco, non è che mi abbia preso molto, ma la seconda, quella sull’ ossessione… Io, poi, sono un grande fan di John Cheever: e quando ho letto Cechov ho scoperto da dove veniva Cheever. E’ un po’ come scoprire che gli Stones vengono da Chuck Berry!». E addio depressione.

di Angelo Aquaro – fonte: Repubblica

 

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