Blake, Morrison e Huxley: le porte della percezione

The Doors of Perception (Le porte della Percezione) del 1954, testo di straordinario interesse in cui il grande pensatore profetico Aldous Huxley descrisse i suoi esperimenti, a scopo mistico-filosofico, con le droghe psichedeliche (pochi sanno che fu proprio lui ad inventare tale termine proprio in questo libro).

Huxley aveva preso il titolo del proprio libro da un magnifico verso del geniale poeta e incisore inglese William Blake (1757-1827)., tratto da una delle vette gnostiche della sua opera Il Matrimonio del Cielo e dell’Inferno: “Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito”. 

Parole potenti e profetiche che, se decontestualizzate dal contesto sapienziale in cui Blake le aveva inserite, facilmente hanno potuto rappresentare un viatico filosofico per avventurarsi verso sentieri pericolosi di autodistruzione. Nella grande, fervida confusione di fine anni ’60, in cui filosofia orientale e poesia simbolista convivevano nel grande calderone della controcultura, il messaggio e la poesia di Blake sono stati oggetto di perniciose deformazioni.

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Prima e dopo Jim Morrison, il cui gruppo ha seguito questo filone (non a caso scelero di chiamarsi The Doors),  molti “poeti del rock” si sono dichiaratamente ispirati alle visioni mistiche del visionario artista inglese, per citare solo i principali: Bob Dylan, innanzitutto, l’unico forse ad aver scritto dei versi accostabili al modello, che nella splendida Every Grain of Sand si rifarà ad una celebre quartina degli Auguri dell’Innocenza: “Vedere il mondo in un granello di sabbia/ E un paradiso in un fiore selvaggio,/ Tenere nel palmo della mano l’infinito/ E l’eternità in un’ora“; il giovane Peter Gabriel alla fine del capolavoro dei Genesis Supper’s Ready; Patti Smith che arriverà a comporre una canzone chiamata My Blakean Year.


Patti Smith, The Tiger by William Blake, The Wadsworth Atheneum

 

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