L’elettroshock e i vuoti di memoria

I suoi genitori sono preoccupati. Lo sono tutti per i propri figli, ma loro lo sono di più. Ebrei benestanti, ben inseriti nella comunità di Long Island, quel figlio non lo capiscono proprio. Lewis Firbank Reed, anche se loro lo chiamano Lou. È ribelle, odia gli ordini e qualsiasi autorità, ha modi effeminati, si diverte a provocare e, per di più, ama quella musica del demonio, il rock and roll.

Siamo nel 1959 e nel vicinato tutti parlano male di lui, lo scansano, ne hanno paura. I genitori di Lou Reed lo convincono a farsi vedere in un ospedale psichiatrico. Lui pensa tanto cosa vuoi che mi facciano, i pazzi veri sono loro, io sto benissimo. Quello che Lou Reed non sa è che in quegli anni il rimedio preferito dei medici per casi come quello si chiama elettroshock. Per due mesi lo sottopongono a scariche elettriche che gli fanno perdere il senso dell’orientamento e la memoria. Per quasi un anno Lou Reed non sarà più in grado di leggere un libro, perché, “arrivavo a pagina 17 e non ricordavo più cosa avevo letto, così ero costretto a ricominciare”. È questo limite a spingerlo decisamente verso la musica. Avrebbe voluto fare l’attore, ma la cattiva memoria lo spinge a scrivere piccoli monologhi in musica e poi a cantarli, anche se ritiene di non avere la voce giusta. La sua cattiva memoria è insomma una “fortuna per tutti noi. Nasce il fraseggio alla Lou Reed, un incrocio tra il singing e il talking Destinato alla gloria.” (da “Rock Bazar: 575 storie rock” di Massimo Cotto)

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