Genovese e la lente della speranza

La cifra stilistica di Paolo Genovese regista di film come “Perfetti sconosciuti” o “The Place” non è la stessa del Paolo Genovese scrittore: un romanzo come “Il primo giorno della mia vita” (Einaudi) ha un tessuto narrativo diverso da quello usato nel cinema. Dalle visioni drammatiche dei lungometraggi l’autore passa a un racconto che apre alla speranza. Una vicenda che contempla la possibilità di rialzare la testa quando tutto sembra perduto. Quella possibilità di portare la luce nel grigio, quel giorno in più. Emily, Aretha e Daniel hanno ognuno una ragione per essere stanchi di esistere, mentre Napoleon – personaggio che apre il libro – sembra avere avuto tutto dalla vita. Eppure è più determinato degli altri a farla finita. Un attimo prima che compiano un gesto irrevocabile, uno sconosciuto li convince a stringere un patto: per 7 giorni gli mostrerà come continua la vita in loro assenza, come reagiscono amici e parenti. Un’ottica che li riporterà al punto di partenza. Una storia che questo pomeriggio Genovese avrà modo sviscerare in occasione del primo incontro di “Scrittori al centro”, la rassegna a cura di Greta Salve con il sostegno di Marco Fanfani e della Fondazione Carispaq. L’appuntamento è all’Auditorium Sericchi dell’Aquila alle 18. Il regista di “Tutta colpa di Freud” dialogherà con Marcello Foti.

Genovese, quanto può parlare a un contesto come quello abruzzese, segnato da tragedie importanti, una storia come quella raccontata dal suo libro?
Conosco piuttosto bene la realtà di questa regione. Per anni ho avuto una casa a Rocca di Mezzo e ho insegnato Comunicazione all’Aquila. Dopo un primo momento in cui c’è voglia di rimboccarsi le maniche poi, col passare degli anni, si fanno i conti con la stanchezza, l’assenza di prospettive e con le contraddizioni della ricostruzione. Scopo ultimo del breve e surreale viaggio nel futuro che lega i protagonisti è quello di capire come sia possibile resistere, rialzare la testa e magari tornare a innamorarsi della vita. Le risposte che si cercano individualmente, possono essere analoghe a quelle di una comunità.

I “patti” da stringere con lo sconosciuto ricordano un po’ gli accordi proposti dal misterioso personaggio interpretato da Valerio Mastandrea in The Place? 
Parliamo di due lavori completamente differenti. Peraltro, ho lavorato sul romanzo ancora prima di realizzare il film. In quest’ultimo, Valerio interpreta un personaggio enigmatico che si propone come una metafora di tutto quello che si cerca nel momento in cui ci si trova di fronte a scelte importanti: il demonio, una divinità o qualcosa che trascende, ma anche uno specchio o la propria coscienza. Nel libro, equilibri e prospettive sono diversi.

Alcuni suoi film sono legati a un’unità di luogo, scritti quasi come opere teatrali. Una soluzione che spinge a puntare tutto sulla forza dei dialoghi. Che influenza hanno questi meccanismi sulla scrittura? 
Tengo ben separate le due cose. Un romanzo, a differenza di una sceneggiatura, rappresenta un prodotto finito attraverso cui evocare storie, musiche, colori e odori. Non ha vincoli spaziali. Ad esempio “Il primo giorno della mia vita” è ambientato in decine di luoghi diversi.

Lei gira con alcuni attori simbolo del momento, guardando alla tradizione italiana, chi le sarebbe piaciuto dirigere?
Beh avrei fatto volentieri un film con Macello Mastroianni, Vittorio Gassman, Alberto Sordi. Avrei anche apprezzato qualche consiglio da Ennio Flaiano, specie per la sua abilità di sintesi, caratteristica fondamentale di chi fa il mio lavoro.

Pluripremiato, pluritradotto e passato in 70-80 Paesi, “Perfetti sconosciuti” potrebbe conoscere anche un remake made in Usa, vero?
Lunedì ho cenato con Martin Scorsese, ospite del Festival di Roma, che mi ha confessato di avere da un anno il progetto nel cassetto….

di Fabio Iuliano – fonte: il Centro

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