Bulli da piccoli, malavitosi da grandi

Il bullismo è una forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra l’atto in questione come bersagli facili e/o incapaci di difendersi.

L’accezione è principalmente utilizzata per riferirsi a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani. Lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell’ambito delle forze armate. A partire dagli anni 2000, con l’avvento di Internet, si è andato delineando un altro fenomeno legato al bullismo, anche in questo caso diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo.

Il bullismo come fenomeno sociale e deviante è oggetto di studio tra gli esperti delle scienze sociali, della psicologia giuridica, clinica, dell’età evolutiva e di altre discipline affini. Non esiste una definizione univoca del bullismo per gli studiosi, sebbene ne siano state proposte diverse. È possibile tuttavia individuare le caratteristiche generali del fenomeno in questione:

« Il termine bullismo non indica qualsiasi comportamento aggressivo o comunque gravemente scorretto nei confronti di uno o più […], ma precisamente […] “un insieme di comportamenti verbali, fisici e psicologici reiterati nel tempo, posti in essere da un individuo, o da un gruppo di individui, nei confronti di individui più deboli”.
[…] La debolezza della vittima o delle vittime può dipendere da caratteristiche personali […] o socioculturali […].
I comportamenti (reiterati) che si configurano come manifestazioni di bullismo sono vari, e vanno dall’offesa alla minaccia, dall’esclusione dal gruppo alla maldicenza, dall’appropriazione indebita di oggetti […] fino a picchiare o costringere la vittima a fare qualcosa contro la propria volontà. »
(Guarino, A., Lancellotti, R., Serantoni, G. Bullismo. Aspetti giuridici, teorie psicologiche e tecniche di intervento, pp. 13-14. Franco Angeli, Milano 2011, ISBN 978-88-568-3803-9.)

La definizione di bullismo, cambiando l’età dei protagonisti, calza a pennello alle caratteristiche della malavita organizzata. Il bullismo, come la camorra, la mafia e simili, sono innanzitutto un atteggiamento, un modi di pensare e di agire.

Ricordo, quando facevo le scuole media, come alcuni miei compagni mi prendessero in giro ripetutamente con brutte battute, scherzi di cattivo gusto e, a volte, veri e propri coretti di scherno.

Era praticamente obbligatorio fare a botte con qualche compagno e dimostrare così la propria supremazia fisica (e psicologica).

Io che ero un tipo pacifico, una volta, fui praticamente costretto a sfidare un mio compagno che con due pugni in faccia mi mise ko.

Ricordo anche, al quarto ginnasio, come fosse tradizione radicata del liceo, il porre agli studenti del primo anno (i cosiddetti “quartini”) la pratica della “matricola”, ovvero, costringerli a farsi disegnare in faccia dei simboli fallici con il pennarello oppure a farsi comperare la merenda o le sigarette o oltre pratiche più violente e umilianti.

A 16 anni due miei “amici” più grandi, Giulio e Pierfranco, mi fecero una “trappoletta”: mi invitarono a giocare a poker con loro (tutto “organizzato”) e persi tutto, anche quello che non avevo. Alle ripetute e pressanti richieste di denaro da parte dei due feci fronte facendomi prestare le 100.000 lire dovute da una mia amica più grande, consegnandole loro pur di non sentirli più.

Pierfranco mi disse: “Che ci vuoi fare, il pesce più grande mangia il pesce più piccolo, è la vita”.

Qualche tempo dopo, sempre negli stessi anni, frequentavo una sala da biliardo dove si giocava anche a carte e c’erano i videopoker (nascosti).

Mio padre che era molto apprensivo e preoccupato per me, mi aveva dotato, a mia insaputa, per controllarmi di una microspia (collegata probabilmente con i suoi amici della Prefettura).

Io una volta, ingenuamente, dissi a mio padre, in confidenza, dei videopoker nascosti, evidentemente fui “ascoltato” e il gestore della bisca, poco dopo, fu arrestato.

Era un signore peraltro simpatico e affatto malvagio che a causa della mia inconsapevole spiata ebbe dunque qualche problema. Si chiamava Gennaro. Non potevo sapere né capire allora che si era aperta una partita che, a tutt’oggi, non si è ancora chiusa.

Vennero poi gli anni universitari romani, le storielle di fumo, venne “Scoccio”… venne San Lorenzo e gli amici calabresi. Allora io non potevo neanche immaginare cosa fosse la “Magliana”…

Poi nell’estate ’95 andai a Londra con la Meeting Point – Easy London (e i NAR) e lì successero altre cose spiacevoli, ma questa è un’altra storia. Un altro capitolo di un altro libro, ma della stessa collana,…

Qualcosa di simile al bullismo e al “nonnismo” si è a volte ricreato all’interno del reparto di Psichiatria fra noi ricoverati. Alcuni degli ospiti del reparto erano non di rado, avanzi di galera o giù di lì…

Anche nelle carceri, fra i detenuti, avviene qualcosa di simile: ci sono codici e regole ben precise, sudditanze da rispettare, punizioni e premi, e ciascun detenuto viene “trattato” in virtù del suo rango sia dagli altri detenuti che dalle guardie carcerarie.

Dunque bullismo, camorra, mafia e cose del genere hanno caratteristiche molto simili anche se con proporzioni diverse, ma l’atteggiamento e il modo di agire sono praticamente gli stessi.

Angherie dei più forti verso i più deboli e omertà. Silenzio-assenso da parte di chi capisce ma per paura non interviene. Solo nel bullismo non ci sono in gioco enormi capitali.

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