Nati con la camicia (di forza)

di Giuseppe Tomei – Esistono dei non luoghi, degli spazi in apparenza vuoti che non sono quasi mai baciati dall’attenzione e dall’ascolto comune. Delle intercapedini dell’essere che non appartengono al vivere quotidiano, che ogni tanto si agitano per attirare i sensi comuni ma che spaventano, dai quali si fugge per paura che ciò che nascondono possa svelare una inattesa, straordinaria, allettante novità.

“Matto: Che ha perso l’uso della ragione ; matto da legare, completamente pazzo; fossi matto!; ma sei matto?; bizzarro, eccentrico, privo di buon senso; essere una testa matta, cioè una persona stravagante e molto volubile; ti comporti come un matto!, roba da matti!; che ha fatto di nuovo quel matto?; dare di matto…gabbia di matti…”

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Atto primo

MONOLOGO DI UN FOLLE 

Non è stato un gioco no, non lo è stato mai.
Ma non chiedermi se io volevo che lo fosse.
Forse la colpa è stata loro, sono stati loro a prendermi sul serio, a venirmi
dietro, a farmi mille domande con quegli assurdi occhi lucenti, abbaglianti,
asfissianti.
Occhi di vetro freddi come uno specchio.
La realtà non è un riflesso.
Non che mi spaventassero certo, nessuno mi ha mai spaventato a parte il
fratello del mio amico Pietro; lui sì che era grosso e tosto e gagliardo, altro
che quegli ometti con le loro penne stilografiche e i loro taccuini e i
microfoni che raccontavano a tutti che io avevo fatto questo e quello; dov’ero,
perchè ci ero andato….
Facevo cosa?
Dicevo che cosa?
Tutto sbagliato, tutto quello che vi hanno raccontato è falso e vuoto, lo
tocco e …PUFF!, vedi? è già sparito.
Quelle belle boccucce con il rossetto rosso che abitano in quello scatolone
colorato vi hanno detto solo stronzate, bugie e niente più. Bugie.
Lo sapevano tutti e quindi nessuno si è lamentato.
Logico, no?
Io sono solo adesso, lo sono sempre stato in realtà, ma sono stufo e voglio
dire a tutti perchè sono così incazzato.
E tu ascolterai le mie parole perché mi sei simpatico.

E’ importante non farsi ingannare sai, non farsi prendere per il culo da
quelli con le giacche e le cravatte, con le scarpe sempre lucide e gli occhiali
e pochi capelli.
l’hai notato? Sono tutti uguali, festeggiano l’anniversario dell’acquisto del
primo portatile e fanno cene, pranzi e colazioni di lavoro e sono impegnati e
vanno sempre di fretta e trattano male i baristi quando riescono a farsi
offrire un caffè dai colleghi.
Sono loro che annusano le piste e le seguono e una volta che hanno nelle
narici l’odore della preda non la mollano più, io li ho avuti alle calcagna per
quasi un anno, piazzano le loro trappole, sono furbi, hanno i denti aguzzi e le
orecchie a punta, sbavano famelici e arrapati tutto il giorno quando ti sentono
vicino.
poi la sera si truccano da affabili e gentili e sensibili alle tragedie e col
sorriso triste sulle labbra turgide, con i canini assassini nascosti dai baffi
posticci, ti sputtanano così come hanno fatto con me e non è importante cosa e
quanto sanno realmente, hanno menti fertili, sono sceneggiatori di fumetti e ti
costringono a scappare, a turarti le orecchie e a correre sempre più forte –
come ho fatto io- finchè le gambe non ce la fanno più e urlano di dolore
facendo urlare anche te -come ho urlato io e pianto e singhiozzato e
bestemmiato e giurato vendetta-.
Questa camicia bianca è così stretta amico mio, mi sentirei soffocare se
avessi ancora bisogno di respirare.
Da quella piccola finestra non entrano che buio e rancore, così densi da
poterli toccare, così reali da poterli annusare.
Com’è cominciato tutto questo?

images
Capita a volte che la speranza diventi depressione, che i sogni si tramutino
in draghi minacciosi dall’alito puzzolente, che i visi gentili di dolci ragazze
assumano i connotati di schifosi topi di fogna con i denti giallastri e le
borsette a tracolla.
Questo è ciò che mi è successo, questo è stato l’inizio.
Mi tappavo il naso per non cadere vittima del fetidume, della sporcizia.
Sono rimasto giorni e giorni chiuso nel cesso per fuggire via dai dispensatori
di notizie false, da chi rovescia secchi di petrolio sui pellicani per mostrare
al mondo i devastanti effetti dell’inquinamento.
Quando è scattata la molla, quando mi sono reso conto, ho bruciato il mio
televisore e i giornali, pensavo fosse sufficiente, ero convinto bastasse a
salvare la mia mente ma ormai era troppo tardi, me ne resi conto
immediatamente.
Dovevo agire, era mio dovere agire, farvi capire, mostrarvi la strada, il
modo, le azioni da compiere.
Ma nessuno ha voluto ascoltarmi.

Non è mai stato un gioco, mai.
Ma non chiedermi se io volevo che lo fosse.

Io non sono mai stato capace di giocare, sai?
Nemmeno da bambino sono mai riuscito a giocare, sedevo triste e solo mentre
gli altri ridevano e ballavano falsamente felici e io non li capivo ma
continuavo a restare lì e li guardavo e li ascoltavo, mentre ballavano
sinceramente felici.
Quella mattina, quella mattina di settembre ho fatto quello che dovevo fare,
ho ballato, capisci?
Volevo ballare anch’io e allora ho dato il via al rock’n’roll!

Non ho sbagliato e non sono innocente: io ho legato quel bel tipo, l’ho legato
insieme ai suoi baffi impomatati e al suo gessato blu, l’ho legato così stretto
che il sangue piangeva dentro le vene e lui mi guardava fisso con lo stesso
sguardo che aveva mentre commentava quel terremoto la settimana prima, anche in
quel momento aveva lo stesso sguardo su di me e io non potevo, no, non potevo
sopportare, non ci riuscivo e l’ho lasciato lì senza ucciderlo anche se avrei
tanto voluto, avrei voluto seviziare la sua anima già lacera e viscida, sporca,
gli avrei fatto piangere tutto il dolore che aveva sempre e solo raccontato
fino a farlo svenire per poi ricominciare e l’avrei preso a calci proprio nel
mezzo della sua deontologia professionale e poi….e poi….poi…….sono
scappato via come un coniglio vigliacco e lui è rimasto lì, in quel buco, sotto
al fogna a respirare la sua stessa puzza.
Non l’ho ucciso.
E’ stato allora che si sono messi in moto, mi venivano dietro, mi cercavano
ovunque, piazzavano stupide esche ma io li ignoravo mentre incendiavo le
edicole usando come torce gli edicolanti e guardavo tutta quella carta lucente
piena di foto e frasi ad effetto, di sorrisi e vuote verità lanciare scintille
verso il cielo, il metallo divenire sempre più rosso e le parole finalmente
sparire una ad una.
Una alla volta.

camicia_forzaLoro erano sempre dietro di me, sempre svegli e freschi mai stanchi o
assonnati a dire dove ero stato e cosa avevo fatto a tutti gli sciocchi,
inetti, stupidi allocchi.
io danzavo nel fuoco puro del mio repulisti per salvarli e loro mi maledivano
sprofondati nei grassi divani; così pigro e indolente il mio gregge da
rinunciare a me, l’unico pastore in grado di condurlo fuori dalla palude di
bugie, dalla ragnatela di finzioni.
Ho sofferto tanto per questo, ho sofferto e più soffrivo più bruciavo,
bruciavo non solo le edicole ma anche i negozi di dischi
e i cinema –
e le librerie
e i televisori finalmente, sì, i televisori e i loro possessori, tutto il mondo
arso in un unico imperioso, superbo incendio per rinascere fra la verità vista
con gli occhi propri e non con le telecamere altrui; un unico mastodontico
braciere per ardere la nostra malcamuffata ignoranza, per respingere l’abisso,
per far sì che i bambini tornassero a giocare a pallone con i piedi su un prato
non con le mani su uno schermo colorato.

Non me lo hanno lasciato fare, amico mio, mi hanno portato qui, da solo, hanno
scelto come sempre le mezze bugie alla verità, il grigio al bianco o al nero.
Pensavano che volessi giocare il mio ultimo gioco e mi tengono chiuso, con
addosso questa brutta camicia.

Sono stati persino gentili con me, sai, e intanto ridono sciocchi sorrisi
mentre ascoltano il telegiornale.

FINE

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